IPERAMMORTAMENTO 2026 e i soliti “pasticci all’italiana” dove, come al solito, il settore delle costruzioni e, in particolare, quello del movimento terra, è considerato “figlio di un dio minore”. E’ inutile girarci intorno. Appare infatti evidente che la norma, così come scritta ad oggi, sia stata messa in campo per contrastare l’arrivo sul mercato dei prodotti cinesi. Ma appare altrettanto evidente che sia stata scritta da persone che, di mercato, tecnologia e industria, ben poco capiscono.

Personalmente sono un liberale da sempre. Sarà perché sono nato in una famiglia di imprenditori self-made, sarà che i miei riferimenti politici e culturali affondano profonde radici nella mia terra d’origine con un Giolitti ed un Einaudi che hanno lasciato insegnamenti troppo spesso inascoltati. Sono quindi profondamente contrario a misure “una tantum” che non siano strutturali e orientate alla crescita in modo concorrenziale. Oltretutto quando queste misure falsano il libero mercato.

Ma viviamo in Italia, un paese dalla cultura cattolica social-popolare dove il “sussidio di mamma Stato” trova ancora oggi ampio consenso. Basi pensare ai tanti “bonus” che sostituiscono scomode e “poco elettorali” misure strutturali che guardino in modo programmatico all’innovazione tecnologica e, di conseguenza, ai giovani. Invece si preferisce dare un contentino una tantum. Dal “superbonus 110%” (una vergogna senza precedenti), al “bonus bebé”, “bonus figli” e “bonus mamma” (avvilenti per chi vorrebbe comporre una famiglia in modo normale). E potremmo continuare a lungo.

Iperammortamento 2026. Il nostro settore è figlio di un dio minore

E la Legge di Bilancio di fine 2025 porta nuovamente in alto il tanto amato Iperammortamento su cui, in molti, facevano affidamento. Parlando con tantissimi imprenditori del settore ben più d’uno aveva rimandato gli investimenti di fine anno al 2026. Una visione che ha portato molte aziende a “sacrificarsi” con una previsione di tassazione superiore in vista di un possibile rientro in ottica futura. Salvo poi scoprire, a giochi fatti, che molti di questi previsti investimenti non rientrano nella norma.

Non parlo solo del nostro settore, che come al solito sembra non esistere nei piani del Governo (salvo che per gli ennesimi pasticci nella gestione del Ponte sullo Stretto di Messina), ma anche di importanti settori industriali. Dove ad esempio molti robot, macchine a controllo numerico ed altre tecnologie provengono oggi da paesi come Corea, Giappone o Svizzera (la ABB è un marchio noto a molti) con quest’ultima che, udite udite, non fa parte dello Spazio Economico Europeo. Senza parlare della Cina dove anche molti colossi italiani del settore (come ad esempio la torinese Prima Industrie) producono molta della loro tecnologia utilizzata nelle nostre fabbriche.

Una visione miope che non conosce le connessioni produttive

Ma partiamo dall’inizio. A prescindere dalle aliquote maggiorate di ammortamento che possono arrivare fino al 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, è fondamentale la parte che testualmente recita “Per macchinari e impianti, l’impresa deve acquisire un certificato di origine o una dichiarazione del produttore che attesti che l’ultima trasformazione sostanziale sia avvenuta in territorio UE/SEE”.

Nel nostro settore, quante tecnologie di questo tipo rispondono effettivamente a questo vincolo? Ebbene, chi ha scritto la norma Iperammortamento 2026 sicuramente non lo sa. E non sa nemmeno che, in questo modo, si genera una vera e propria stortura di mercato. Qualcuno avrebbe dovuto spiegare che oggi, in Europa, si produce solo un numero estremamente ristretto e ridotto di macchine movimento terra.

E che in Italia le tecnologie di eccellenza in questo settore sono andate definitivamente perse nel momento dello scioglimento della joint-venture tra Fiat e Hitachi. Con il marchio italiano che era entrato in possesso della tecnologia degli escavatori cingolati. Tecnologia ben chiusa in un cassetto a prendere polvere. Con buona pace degli addetti ai lavori, dello stabilimento di San Mauro Torinese e di chi ci lavorava. Possiamo parlare di tutto ciò che volete ma la macchina principale del mercato è, e resterà, l’escavatore idraulico. Ed in Italia ormai quel prodotto non si produce più. Parlare di miniescavatori riempie solo la bocca ma la tecnologia di alto livello, quella che consente i veri margini di profitto, ormai alberga altrove.

Cosa fanno le associazioni di categoria?

Ma le associazioni di categoria cosa fanno? In Italia, paese profondamente ipocrita, la parola “lobbying” ha spesso un’accezione negativa. In realtà nei paesi anglosassoni è un tipo di attività assolutamente legittima, legittimata e perfettamente trasparente. Per essere tale se ne devono occupare le associazioni che rappresentano uno specifico comparto produttivo. Il nostro settore è rappresentato da ANCE e UNACEA. Con una evidente importanza anche di Confindustria di cui la stessa UNACEA fa parte.

ANCE, Associazione Nazionale Costruttori Edili, a dire il vero, ben poco si occupa di queste dinamiche. Basti pensare come è andato il “superbonus 110%”, misura miope e subita dalle imprese, con i risultati catastrofici che ha portato. Sembra quasi che, da un punto di vista politico, le costruzioni contino come il due di picche salvo sperare di elemosinare qualcosa per pura grazia ricevuta.

Capisco inoltre che, per come sia strutturato il nostro mercato, ci sia l’interesse, da parte dei costruttori edili, ad avere un palcoscenico di aziende di movimento terra frazionato, disunito e disorganizzato. Di fatto la norma Iperammortamento 2026 fornisce un aiuto proprio alle imprese che operano in cantiere con le macchine. Avere quindi realtà minori, di piccola media dimensione e con l’affanno dei margini operativi fa comodo ai grandi General Contractor. Sono infatti gli stessi che, sulle voci di capitolato del movimento terra, nei grandi appalti, hanno elevati margini che permettono di compensare altre lavorazioni in perdita. Chi lavora nel settore lo sa molto bene. E quindi tenere in asfissia questo comparto è di interesse per i grandi gruppi.

Il ruolo di ANCE nel movimento terra nazionale

Se fossimo in Francia (ma siamo in Italia), il settore troverebbe una forte rappresentanza nel Syndicat Professionnel des Terrassiers de France (SPTF). Questa associazione, che di fatto “è il movimento terra francese” racchiude 22 imprese per un totale di oltre 10.000 addetti. Di cosa stiamo parlando? Si tratta di un fronte compatto che, con una norma iniqua, avrebbe una forza d’urto del tutto paragonabile a quella del settore industriale.

ANCE ha invece scelto, come suo solito, di ignorare il problema perché interessa una parte molto piccola dei suoi aderenti. Sentiamo spesso i suoi vertici parlare di tecnologia, innovazione e produttività salvo poi avere una situazione concreta, nei cantieri, quanto meno allarmante. Basti pensare ai livelli di sicurezza e agli incidenti che, quotidianamente, attanagliano il comparto.

Infatti la norma Iperammortamento 2026 va di fatto al traino del volere di una parte di Confindustria ma non tiene conto della profondità dei diversi settori. Tra cui proprio quello del movimento terra. Tanto che ci sono alcuni costruttori nazionali, come ad esempio CASE, che nella linea fondamentale di prodotto degli escavatori idraulici ne escono danneggiati. Ma non solo. Lo stesso gruppo CNH è anche penalizzato in agricoltura con una larga parte dei suoi trattori specializzati e di media potenza (largamente venduti in Italia) che sono prodotti negli stabilimenti turchi ad Ankara.

Il ruolo che UNACEA dovrebbe recitare.

UNACEA, come anticipato, fa parte essa stessa di Confindustria aderendo a Finco (Federazione Industria e Meccanica di Confindustria). Ma non solo. E’ anche portavoce degli importatori e conosce bene quali siano i meccanismi che regolano il mercato ma soprattutto quali sono i meccanismi di produzione tecnologica nel nostro settore. Il suo ruolo avrebbe dovuto essere maggiormente incisivo con una paziente e costante spiegazione ai politici di turno che paesi come Giappone e Corea, ma non solo, sono strettamente interdipendenti con la produzione ed il mercato nazionale.

E non dimentichiamo anche la già citata Svizzera ed il Regno Unito. Quest’ultimo rimane infatti fuori dagli accordi non rientrando nello Spazio Economico Europeo che è composto, oltre che dall’UE, anche da Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Per assurdo se volessi acquistare un “ragno” della Menzi, prodotto in Svizzera, non rientrerei nelle agevolazioni fiscali. Se invece acquistassi un Kaiser, prodotto nel minuscolo Liechtenstein che è a sua volta completamente circondato dalla stessa Svizzera, non avrei problemi.

Occorreva quindi spiegare in modo articolato e approfondito, al Ministro di turno ed ai tecnici sia del MEF che del MIMIT, alcune dinamiche fondamentali. Ossia che tutto il settore, oggi, dipende anche da tecnologie italiane. Ma che queste sono utilizzate da costruttori che completano le macchine altrove. La stessa britannica JCB ha una incredibile quantità di componenti prodotti in Italia che, assemblati in UK, danno origine alle macchine che tutti conosciamo. Ma lo stesso vale anche per la turca Hidromek. Un player che viene a “fare spesa” in Italia più spesso di quanto si pensi e le cui macchine hanno una forte anima italiana. A partire da elementi semplici come i contrappesi per terminare con fondamentali componenti idraulici. Stessa sorte per gli escavatori Komatsu dal PC210 in su prodotti a Newcastle, in UK.

Le azioni tardive

Nel momento in cui non ci sono azioni di lobbying incisive, soprattutto con un Governo che, con il Ministro Urso, si sta dimostrando altamente impreparato in tema di imprese e dinamiche industriali, vi sono state azioni singole e tardive. Tardive non tanto per la scelta temporale ma perché le limitazioni territoriali sono state introdotte all’ultimo minuto. Tra queste la lettera inviata da CGT, dealer Caterpillar, ai Ministeri competenti. Una lettera di cui ho già parlato in un mio precedente articolo a questo LINK, che ha alla base motivazioni, a mio avviso, un po’ “tirate per i capelli”.

Addurre infatti come scusa per il ripensamento della norma un possibile logoramento dei rapporti politici fra Stati Uniti e Italia è quanto meno singolare. Soprattutto in un momento in cui il Presidente degli USA sembra uscito da un film di Leslie Nielsen e Caterpillar ha il proprio cuore produttivo in Cina. Ragion per cui la stessa azienda nord americana dovrebbe incorrere nelle ire del “tycoon dai capelli arancioni”.

Ma capisco anche che la posizione di CGT non sia semplice. Soprattutto alla luce di anni di vendite fantastiche dove le agevolazioni fiscali hanno costituito un enorme vantaggio proprio per i prodotti venduti a più caro prezzo sul mercato. Consentendo anche a molte imprese un po’ approssimative di accedere al “sogno proibito” che il libero mercato rendeva raggiungibile solo alle imprese più strutturate e ben gestite.

Cosa succederà?

Gli sviluppi futuri non sono ad oggi prevedibili. Chi ha buona memoria sa molto bene come anche in passato la stessa CGT si mosse per fare rientrare le macchine movimento terra all’interno del piano Industria 4.0 (che era nato, per l’appunto, per l’industria). Ma la norma ha poi sostanzialmente funzionato bene introducendo per la prima volta ed in modo organico le tecnologie digitali nel nostro settore. Ci sono state alcune forzature. Soprattutto nel classico caso dei miniescavatori venduti a piccoli artigiani. Ma bisogna dire che la norma Iperammortamento 2026 ha cercato di correggere queste incongruenze con un forte accento sulla connessione tra le macchine ed il sistema gestionale aziendale.

Vedremo dunque in futuro in quale direzione potrà virare questo Iperammortamento 2026. Ad oggi, di fatto, lascia fuori tutti i principali player di settore limitando la scelta, soprattutto per le macchine più grandi, a pochissimi costruttori UE. Costruttori che, tra le altre cose, hanno una capacità produttiva estremamente limitata e con una rete di vendita e assistenza non così capillare come vorrebbe il mercato. Oltretutto questa posizione di evidente predominanza sul mercato potrebbe portare ad una maggiorazione dei prezzi proprio in virtù della possibilità di avere un’aliquota di ammortamento maggiorata del 180%. Esattamente come già avvenuto in passato.

I vincoli di bilancio

A calmare un po’ le acque ci penseranno sicuramente i vincoli di bilancio e l’obbligo di avere la macchina interconnessa nel sistema di gestione aziendale. Due elementi che limitano in modo drastico il parterre delle imprese che potranno accedere ai benefici fiscali.

Rimaniamo intanto alla finestra per capire come questa commedia all’italiana andrà avanti nei suoi prossimi atti. Intanto, personalmente, guardo con preoccupazione alle scadenze del PNRR, all’approssimazione con cui sono condotti i cantieri strategici delle Olimpiadi di Milano-Cortina e, soprattutto, alla nostra crescita industriale. Un dato, quest’ultimo, che è fermo al palo da quando Draghi è stato disarcionato dall’attuale Ministro delle Infrastrutture. Ma nulla di cui stupirsi visto come ha gestito il fondamentale dossier del Ponte sullo Stretto.

In primo piano

Articoli correlati