Iperammortamento 2026. Se ne sta discutendo moltissimo in questi giorni. Una norma, contenuta nella recente Legge Finanziaria (Legge di Bilancio) di fine anno, che sembrava destinata ad un rilancio del nostro settore. Ebbene, la delusione è decisamente grande. Anche perché molte imprese avevano appositamente rinviato i classici “acquisti di fine anno” spostandoli ai primi mesi del 2026. Tanta confusione rispetto alla ottima, purtroppo passata, Industria 4.0.

Ma la norma finale varata dal Governo ha rotto le uova nel paniere a molte aziende. Se da un lato, rispetto alle bozze iniziali, vi è stato un consistente allungamento dei termini, vi sono però maggiori limitazioni. Infatti la prima traccia della normativa prevedeva iperammortamenti per investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026 al 31 dicembre 2026, o nel termine del 30 giugno 2027 in caso di prenotazione entro il 31 dicembre 2026.

Ora si riconosce infatti per gli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028. Il termine finale è stato quindi portato al 30 settembre 2028 per tutte le imprese che ne hanno diritto in base ai requisiti della norma. Requisiti che prevedono i vantaggi fiscali solo per le aziende che hanno bilanci con utili in grado di portare in effettivo ammortamento gli investimenti effettuati.

Iperammortamento 2026. Cosa succede per il nostro settore?

Si applicherà quindi la misura “base” ugualmente per tutti i beni. All’inizio si era infatti parlato di un maggiore riconoscimento per gli investimenti che prevedessero un consistente risparmio energetico.

Il testo approvato della norma inerente il nuovo Iperammortamento 2026 prevede quindi il costo di acquisizione dei beni maggiorato, in linea generale, nella misura del:

  • 180% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro;
  • 100% per gli investimenti oltre 2,5 milioni di euro e fino a 10 milioni di euro;
  • 50% per gli investimenti oltre 10 milioni di euro e fino a 20 milioni di euro.

Dunque la norma elimina la maggiorazione superiore nel caso di investimenti finalizzati alla realizzazione di obiettivi di transizione ecologica. Una misura che premiava la riduzione dei consumi energetici. Inizialmente si era fissato un Iperammortamento, rispettivamente, del 220%, 140% e 90% in base all’importo degli investimenti.

Il vero vincolo che ha “gelato” il nostro settore

Ma il vero vincolo, presente nel testo approvato e che ha letteralmente “gelato” il nostro settore, è quello relativo alla provenienza dei beni oggetto di agevolazione. Si tratta infatti del vincolo per cui i beni oggetto dell’agevolazione devono essere prodotti in uno degli Stati membri dell’Unione europea o, in alternativa, negli Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo.

Un vincolo che ha subito suscitato malumore nel nostro settore dove, ormai, oltre il 90% delle macchine movimento terra è costruito in paesi extra UE o comunque al di fuori dello Spazio Economico Europeo. La stessa Gran Bretagna, che ha iniziato a fare dei passi indietro nei confronti della Brexit, è esclusa. E di conseguenza sono esclusi marchi come JCB e quasi tutti i costruttori di impianti mobili di frantumazione e vagliatura che operano nell’Irlanda del Nord.

L’azione aperta di Tesya Group

Tesya Group, di cui fa parte CGT, ha inviato una lettera aperta a più di un Ministero. Iniziativa di cui parla Repubblica nell’articolo a questo LINK. Nel testo che il quotidiano dichiara di aver potuto leggere, si spiega che “l’approvvigionamento di mezzi tecnologicamente avanzati, come quelli Caterpillar, permette un forte sviluppo della tecnologia e dei fornitori italiani”.

CGT fa tuttavia presa su una questione politica. Infatti l’esclusione dei beni provenienti dai Paesi extra-Ue dai benefici dell’iperammortamento provocherà, secondo il management di Tesya Group “un logoramento dei rapporti politici tra Italia e Usa”.

Si indica inoltre il rischio, come effetto collaterale, di “un rallentamento di tutti i cantieri in Italia”. L’altro aspetto, che mette invece l’accento sui limiti strutturali della norma Imperammortamento 2026 nei confronti della nostra industria nazionale, mette l’accento sul fatto che “solo concorrenti francesi e tedeschi potrebbero produrre beni come Caterpillar, ma nessuna grande impresa italiana sarebbe in grado di produrre tali beni per l’industria pesante”. Emerge quindi un quadro preoccupante. Si parla di un rallentamento dell’industria nazionale e una perdita di almeno mille posti di lavoro.

L’appello alla politica

L’appello alla politica chiede quindi un’azione immediata da espletare tramite un ordine del giorno alla legge di bilancio sotto esame alla Camera. Poi un intervento più compiuto sfruttando la conversione in legge del decreto Milleproroghe.

I partiti della coalizione di governo non sono rimasti insensibili alla richiesta. Si sta infatti valutando di presentare un ordine del giorno alla manovra. La premessa parte dalla limitazione normativa che “rischia di determinare significative distorsioni concorrenziali tra imprese operanti nei medesimi settori economici. Questo incidendo negativamente sulle scelte di investimento e alterando il corretto funzionamento del mercato”.

Si chiede dunque al governo di valutare una revisione urgente del comma della legge di bilancio che ha introdotto la stretta. Si ha infatti l’obiettivo che la norma Iperammortamento 2026 possa “ristabilire i benefici dell’iperammortamento anche per i beni provenienti dallo spazio economico euro-atlantico al fine di rimuovere o attenuare tali restrizioni”. Anche la tutela delle relazioni tra Roma e Washington.

Costantino Radis è il cuore di e-Construction

Cosa ne penso

Costantino Radis

L’Iperammortamento 2026 è l’ennesimo pasticcio di un Governo che non ha le idee molto chiare in merito alle politiche economiche espansive. E infatti, per riuscire a riequilibrare il vincolo dei beni prodotti in UE o nello SEE, Tesya Group ha fatto leva sulla “pancia leghista” con il possibile logoramento dei rapporti Italia-USA.

La lettera a diversi Ministeri da parte di Tesya Group, di cui dà notizia Repubblica nella giornata del 28 dicembre 2025, fa leva (suo malgrado) sulla “pancia” del Governo e sul “logoramento dei rapporti Italia-USA (come se fossero idilliaci) invece di puntare correttamente alle dinamiche espansive di una norma che dovrebbe essere strutturale e a favore delle imprese che crescono con utili e investimenti mirati all’efficienza.

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